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9 gennaio 2005

cambio pelle

Raggiunti i 6.000 visitatori e tanto ingenuo servizio questo blog chiude. E si traferisce nel limbo della libertà senza framework prestabiliti e contatori cannocchialeschi.Cambio pelle... e forse cambio vita.

Da oggi mi trovate qui.




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8 gennaio 2005

La democrazia ucraina parla turco a Yalta

Viaggio tra i tartari d’Ucraina, minoranza deportata da Stalin e ancora discriminata. Che ora, dopo averlo sostenuto, teme Yushenko, il leader della rivoluzione arancione.

 

Bambino tartaro a Simferopol, CrimeaA Kiev si è festeggiato e si brinda ancora, dopo la vittoria di Yushenko e la partenza dei primi osservatori internazionali. Altrove in Ucraina la situazione è stata e resta molto più tesa. A Simferopol, in Crimea, i supporter di Yushenko parlano turco e non raggiungono il 20% della popolazione locale. Sono i discendenti dei tartari di Crimea, che nel 1944 ed in un solo giorno furono deportati da Stalin verso le repubbliche dell’Asia centrale, in particolare in Uzbekistan. Il 46% della popolazione morì nel corso del “trasferimento”. Per carpire l’ampiezza di quegli atti, si pensi che il purgatore di professione Lavrenty Beria –che aveva accumulato una certa esperienza nel settore genocidi nel corso degli anni Trenta–fece imbarcare tutti coloro che erano sfuggiti ai rastrellamenti su una bagnarola e li annegò nel punto più profondo del Mar di Azov. Nemmeno Nikita Krusciov permise ai tartari di tornare in Crimea e ristabilire una repubblica autonoma e la diaspora tartara, di nuovo dispersa tra le steppe come ai tempi dei Khan ha atteso il recentissimo 1991 e la caduta del comunismo per recuperare il “terreno perduto”, in una Crimea in cui i tartari sono ormai meno di 300.000 su 2 milioni di abitanti.

Crimea: i comunisti se ne vanno, i russi no

Solo che i comunisti se ne vanno, ma i russi restano. Oggi a Simferopol, Sebastopoli, Yalta e dintorni l’80% della popolazione è russofona e si sente molto più russa che ucraina. Alle bandiere arancioni dei tartari nella piazza centrale di Simferopol, la capitale della regione, si opponevano solo una ingessata statua di Lenin ed i tricolori della madre Russia: di bandiere ucraine nemmeno l’ombra. Ed i russi sono ovunque, quando ce n’è bisogno. Oltre alla base navale di Sabastopoli le forze militari russe dispongono di una decina di postazioni extraterritoriali nell’entroterra. Per cui in Crimea non c’è porta che non possa essere varcata ed azione che non possa essere compiuta dalle forze speciali e di intelligence del Cremlino.
Dal 1991 i tartari, senza alcuna velleità secessionista, si sono battuti per difendere la loro lingua turcofona e proteggere un islam moderato di stampo sufi dalle infiltrazioni waabite, che Mosca e Kiev hanno spesso strumentalizzato e, cinicamente, favorito. Hanno portato il loro caso all’attenzione internazionale diventando membri dell’UNPO, l’organizzazione non governativa che rappresenta i popoli non rappresentati, e denunciato la continuità del sistema Kuchma, l’ormai ex presidente ucraino, con la “scarsa tutela” delle minoranze tipica dell’Unione Sovietica.

Yushenko come Gorbaciov: l’incubo dei Tartari

Per loro Yushenko, leader della rivoluzione arancione e prossimo presidente della giovane democrazia ucraina, era una scelta obbligata. E dopo le elezioni del 26 dicembre, Nadir Bekir, membro dell’autogoverno dei tartari sin dal 1991, teme che l’eroe arancione si trasformi in Gorbaciov: “Adesso che l’Occidente considera Yushenko il campione del riformismo ucraino –ci ha dichiarato Bekir–, chi ci ascolterà se dovesse continuare la politica di sempre, di discriminazione nei confronti dei tartari?”. E tutti temono l’alibi perfetto per la cosiddetta comunità internazionale: “Tanto avete Yushenko adesso!”.

Ed il rischio esiste che gli accordi post-elettorali tra nuovi e vecchi potenti annacquino le potenzialità di rinnovamento che gli ucraini hanno chiamato “rivoluzione”. Quando i 12.000 osservatori internazionali saranno tutti a casa, sarà bene non smettere di osservare l’Ucraina e considerare casi come quello dei tartari come cartine di tornasole per le riforme promesse dal nuovo corso. Per evitare che Yushenko si trasformi in Gorbaciov o Eltsin e l’Ucraina, al di là delle apparenze, non si trasformi per nulla.




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30 dicembre 2004

La vicenda ucraina nel racconto di un osservatore elettorale

Dalla Crimea a Kiev. Problemi e umori della popolazione, delle minoranze e del nuovo presidente del paese

• da L'Opinione del 30 dicembre 2004, pag. 2

di Elisa Borghi

 Ucraina. A elezioni ormai concluse comincia a calare l'attenzione della comunità internazionale  verso il paese nel quale la sola Unione Europea  ha inviato 12mila osservatori. Per vegliare sulle difficili presidenziali che hanno infine portato  alla vittoria di Viktor Yushenko, leader riformista e filo occidentale. Di ritorno dai seggi di Kiev anche un giovane  membro della giunta dei Radicali italiani e del segretariato generale dell'Organizzazione delle nazioni e dei popoli non rappresentati: Nicola Dell'Arciprete. Che ci racconta i retroscena  di questa terza tornata elettorale, l'umore  della gente di Kiev delle periferie del paese e delle sue minoranze. Soffermandosi sul problema  della governabilità.

 

 Chi si è fitto carico dell'organizzazione della supervisione elettorale in Ucraina?

La supervisione elettorale è stata coordinata da Enemo, un network di organizzazioni di cui fa parte anche "Freedom House” che collabora con il Partito Radicale nella campagna per la "Community of democracies" delle Nazioni Unite. Noi  siamo stati invitati a partecipare da "Freedom House" e da movimenti nonviolenti come il Tora, che nei mesi precedenti la campagna elettorale  ha organizzato iniziative non violente di opposizione  al regime come il campo nella piazza di Kiev, ed ha attivato militanti in diverse città per scovare eventuali frodi. Accanto a questo c'è stato ovviamente l'intervento di organizzazioni internazionali come l'Osce. Che mobilitava però membri del governo piuttosto che rappresentanti  della cosiddetta "società civile".

 

Avete registrato brogli nelle ultime elezioni?

No. Non abbiamo riscontrato nessun tipo di irregolarità a Kiev e nella regione circostante. E questo  grazie al lavoro svolto dalle ong e dagli osservatori  nelle precedenti consultazioni, che è servito  a formare i presidenti di seggio e tutto il personale  incaricato di vegliare sullo svolgimento delle elezioni.

 

Si può dire lo stesso per le aree periferiche?

Brogli e le irregolarità si sono verificati nelle regioni orientali e in Crimea. Che restano tuttora aree molto calde. In Crimea poi c'è per anche  un problema etnico: il 25% della popolazione discende dai tartari che furono perseguitati da Stalin nel '44 e che oggi sostengono Yushenco. Con loro convive una maggioranza russofona, compatta e vicina a Yanucovich anche in funzione  antitartara.

 

Finite le elezioni, che cosa si aspetta l'Ucraina  dal suo presidente? 

Il problema principale di Yushenko dopo queste elezioni è quello di non deludere le grandissime aspettative del popolo. Che si aspetta dei cambiamenti  sostanziali. L'atteggiamento dei tartari  di Crimea è in questo senso una cartina di tornasole: loro mi hanno infatti spiegato che sostengono Yushenko, pur non condividendone in pieno l'idea politica, perché sperano in un avvicinamento all'Europa e agli standard di protezione  delle minoranze europei. Per loro questo  sarebbe un passo avanti rispetto ad una situazione che poteva peggiorare con la vittoria di Yanucovich. Vedere come cambia la situazione  di queste minoranze sarà un indicatore del rinnovamento effettivamente prodotto da Yushenko. 

 

 Quali sono i maggiori ostacoli alla governabilità del paese?

Ancora non è chiaro se la riforma costituzionale  sarà implementata totalmente o subirà un blocco. Molto dipende dai negoziati fra i vari gruppi. L'Ucraina è infatti un paese che non ha veri partiti e dove la politica è gestita da potentati  personalistici. Creare una coalizione fra vari potentati su alcuni obbiettivi mi sembra la priorità su cui Yushenco dovrebbe puntare. Questo  in un clima che rimane molto teso: soltanto tre giorni fa è stato infatti ammazzato il ministro dei Trasporti che avrebbe potuto passare dal campo di Yanucovich a quello di Yushenco.

 

La comunità internazionale può sostenere  il popolo ucraino?

La scorsa settimana alcuni tartari dicevano di temere che Yushenko si trasformi in un Gorbaciov Perché si sta accreditando di fronte alla  comunità internazionale come il padrino della nuova Ucraina democratica ma se non dovesse apportare cambiamenti gli ucraini vedrebbero indebolito il loro diritto a fare appello alla comunità internazionale, che potrebbe rispondere:  ma adesso c'è Yushenko...

 

Che aria si respirava nelle piazze, tra la gente, durante questa elezione?

Diversa a seconda delle regioni. A Kiev c'era aria di festa, la maggioranza della popolazione era filo Yushenco e portava addosso qualcosa di arancione. In Crimea il clima era teso e la popolazione, tranne la minoranza tartara, era in prevalenza  a favore di Yanucovich.




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27 dicembre 2004

Dopo la rivoluzione: che fare?

La rivoluzione e' finita. Dopo la notte pazza a Maidan, con la citta' ormai vestita di stracci arancioni ovunque, ci si ritrova tutti da PORA. L'organizzazione si sciogliera' tra qualche ora. Nel corridoio pieno di volantini brancolano gli orfani della rivoluzione: osservatori canadesi in cerca di nuovi seggi da controllare, giornalisti ormai senza notizie da raccontare, kazachi, armeni, bielorussi che sanno di dover tornare a casa e ripetere il miracolo ucraino. Il fondatore di PORA, che e' in ritardo oggi pomeriggio mi diceva di essere felice, con sollievo:"finalmente mi posso prendere una vacanza". Mi sono permesso di dirgli: "Vlad, guarda che il gioco duro inizia domani". Ho sorriso a mezza bocca. Pensava alle prossime elezioni parlamentari.

La ricreazione e' finita anche per Yushenko. Ha venduto ad un paese intero la rivoluzione arancione. E gli Ucraini gli hanno creduto. 3 milioni di voto di differenza. Nulla sara' piu' semplice di deludere aspettative tanto eccezionali.

Quando una rivoluzione muore siamo tutti al punto di partenza. Questi strani umani che affollano lo scantinato piu' radical chic del mondo sono disorientati. Che tu sia giornalista o studente, yushenkiano o yanukoviciano, militante o borghese, osservatore o radicale in missione, oggi a Kiev ti chiedi sempre la solita domanda del rivoluzionario: Che fare?




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25 dicembre 2004

Dalla sede di PORA: la rivoluzione in uno scantinato

Cinque stanze in uno scantinato a due passi dalla cattedrale di San Michele, giornalisti free lance, militanti in arancione, finti pass da giornalisti, la piu' alta concentrazione di connessioni internet in tutta l'Ucraina. La sede di PORA e' un concentrato di militantismo ed alta tecnologia.

Ci riceve il coordinatore dell'organizzazione Yevhen Zolotariov, l'inventore del campo tenda che da settimana presidia il centro di Kiev ed il rispetto delle regole in Ucraina. "Eravamo preoccupati all'inizio perche' George Soros non ci voleva finanziare - ci confessa - adesso abbiamo capito che non aver ricevuto denaro dall'estero rafforza la credibilita' della nostra iniziativa, in un paese che altrimenti ci tratterebbe da spie". Oggi PORA si trova di fronte agli stessi enigmi che hanno turbato l'esistenza di OTPOR in Serbia dopo la caduta di Milosevic: dopo la caduta del dittatore, che fare? E' la domanda di sempre del rivoluzionario...

Una parte dei militanti di PORA pensa di buttarsi nella politica interna. Una parte vorrebbe continuare con le campagne di sensilizzazione civica al rispetto delle regole. Altri pensano all'internazionale, all'esportazione del modello PORA agli altri paesi dell'ex blocco sovietico ancora sottomessi a dittatura.

Nei 5 metri di corridoio di questo covo incontriamo i responsabili di organizzazioni bielorusse, kazazhe e azere. Sono venuti a studiare come noi, come si fa la politica nonviolenta. Forse faremo qualcosa insieme in futuro.
Intanto cerchiamo di non arrivare in ritardo dalla corrispondente della AFP, che ci aspetta. I nostri finti badge da giornalisti sono quasi pronti. A dopo.




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23 dicembre 2004



Appena arrivato all'aeroporto di kiev borispol. Matteo e Diego arriveranno tra poco con l'aereo da Budapest, credo. Qui e' gia' calca di stranieri: giornalisti, osservatori, diplomatici. Accanto all'aereo ukraino che mi ha portato qui con 2 ore di ritardo e' parcheggiato l'Air Force One della repubblica federale tedesca. qualcosa si muove.

Io intanto mi muovo a sud. Qui c'e' troppa neve. Stasera mi aspettano a Simferopol, vicino a Yalta, i rappresentanti dei Tartari di Crimea, per la serie la democrazia ucraina parla turco a Yalta. e' vietata la vendita di biglietti aerei per i voli interni agli osservatori internazionali... ma in un regime che crolla tutto e' possibile. E quindi, destinazione Crimea!




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23 dicembre 2004

Parte la delegazione radicale

A partire da giovedì 23 fino a martedì 28 dicembre una delegazione composta da Matteo Mecacci, rappresentante del Partito Radicale all’ONU, Nicola Dell’Arciprete, membro del Segretariato Generale dell’UNPO e Diego Galli, direttore editoriale di www.radioradicale.it, parteciperanno al monitoraggio internazionale del ballottaggio per le elezioni presidenziali Ucraine tra il leader dell’opposizione Vicktor Yushenko e il Primo Ministro Vicktor Yanukovich previsto il 26 dicembre.

La delegazione sarà accreditata dall’organizzazione americana Freedom House, che coordina insieme a ENEMO oltre 1000 osservatori locali e internazionali – e la cui documentazione dei brogli elettorali insieme a quella da parte dell’OSCE è stata decisiva per l’annullamento del turno elettorale dello scorso 21 novembre.

La presenza in Ucraina della delegazione radicale prevedrà inoltre incontri con rappresentanti istituzionali e politici, nonché con numerose realtà associative e civiche provenienti da tutta Europa, come le organizzazioni PORA, ZUBR e KMARA impegnate nell’attività di monitoraggio elettorale e per assicurare il rispetto dello stato di diritto in Ucraina anche attraverso forme di mobilitazione nonviolenta.

E’ previsto inoltre un incontro a Simferopol con Nadir Bekir, responsabile politico dell’Assemblea dei Tartari di Crimea.




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18 dicembre 2004

Ancora su ZUBR... in qualche lingua


Effetto domino in Bielorussia? Bruxelles agisca

A domino effect in Belarus? Brussels must play its role

Domino-Effekt in Weißrussland? Brüssel muss handeln.

¿Efecto dominó en Bielorrusia? Bruselas reacciona



 




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14 dicembre 2004

BIELORUSSIA: I fatti di Kiev fanno tremare Lukashenko

da Il Riformista di martedì 14 dicembre 2004 di Nicola Dell'Arciprete, della direzione di Radicali Italiani Dall'Ucraina alla Bielorussia, l’effetto domino è possibile e Lukashenko lo ha capito. A due passi da San Pietroburgo e Kiev, dalla fine della grande Russia e del comunismo, la Bielorussa è finita nelle mani di Aliaksandar Lukashenko che ha conservato tutto del vecchio sistema, inclusi i metodi autoritari. Da quando l’opposizione democratica di Viktor Yushenko avanza in Ucraina, il tiranno bielorusso inizia a temere che la prossima scadenza elettorale nel proprio paese possa spazzare via il regime e costringerlo a seguire la sorte del collega Kuchma, assediato per giorni nei propri palazzi da migliaia di manifestanti. Al palazzo presidenziale di Minsk ormai si sorveglia la situazione in Ucraina minuto per minuto e si punta il dito contro i movimenti nonviolenti che hanno riempito Piazza Indipendenza a Kiev e costretto il ticket Putin-Yanukovic alla retromarcia. Lukashenko sa che il destino della Bielorussia è spesso legato a quello dell’Ucraina e non vorrebbe farne le spese. I nemici numero uno del regime non sono più i partiti dell’opposizione. L’amministrazione presidenziale bielorussa, che esercita un controllo pressocché totale su paese ed economia, ha capito che i giovani dell’organizzazione ZUBR fanno sul serio e seguono le orme (e gli insegnamenti) del movimento nonviolento serbo OTPOR, sfidando il regime sempre più apertamente. Le loro armi “segrete” sono quelle già sperimentate contro la Serbia di Milosevic, la Georgia di Shevarnadze e l’Ucraina di Kuchma dai terribili ragazzi delle organizzazioni OTPOR, KMARA e PORA. La prima si chiama VYBAR (“Scelta”), il giornale-volantino studiato per essere nascosto tra le pieghe delle giacche anche a qualche decina di gradi sotto zero. La seconda si chiama Internet e permette di mobilitare in qualche click gli attivisti “dormienti” dalla profonda campagna bielorussa alle capitali occidentali. E poi una valanga di azioni dimostrative a metà strada tra goliardìa e disobbedienza. Lo scorso 6 dicembre sulla centralissima via Nemiga a Minsk un militante di ZUBR (arrestato dopo aver commesso il fatto) srotolando 8 metri di libertà per qualche minuto annunciava: “Oggi in Ucraina, domani in Bielorussia!”. Intanto, oggi in Bielorussia, il governo ha deciso di passare alla linea dura. Poche ore dopo l’annuncio dei risultati a Kiev, Lukashenko nominava un nuovo capo dell’amministrazione presidenziale: Viktar Shejman, noto all’opposizione bielorussa per dei sospetti coinvolgimenti in una serie di assasini politici. Priorità assoluta: riconoscere e stroncare i tentativi occidentali di mettere in crisi il regime con “tecniche populiste”. E di ritorno da un incontro con i colleghi “rivoluzionari” di Kiev la delegazione di ZUBR è spedita in prigione. Eppure a Minsk, Aliaksandr Atroshchankau, uno dei responsabili di ZUBR, è incoraggiato dalla posizione ferma dell’Unione europea sulla situazione in Ucraina e spera che quando sarà il turno della Bielorussia Solana non si faccia vivo a Minsk soltanto a cose fatte. Lukashenko in persona ha dichiarato di escludere per la Bielorussia uno “scenario Ucraina” perchè “le persone sagge sanno come interpretare gli errori degli altri”. Speriamo che l’Unione europea ed i suoi governi siano più saggi di Lukashenko e non scendano in campo all’ultimo minuto disponibile (come in Ucraina). Per rendere praticabile alla democrazia il terreno ghiacciato della Bielorussia. Ed abbattere l’ultima tessera di domino a due passi dai confini dell’Europa dei venticinque.




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14 dicembre 2004

La posizione della missionaria

Estratto letterale dall'ultima scheda multimediale di radioradicale.it "Roma, 13 dicembre 2004 - La posizione della Missionaria: Teoria e pratica di Madre Teresa, edito in Italia da Minimum fax. Il libro, scritto da Cristopher Hitchens, uscito nel 1995, provocò ampio dibattito nel mondo anglosassone."




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